Il Blog di Felice Besostri

Il Blog di Felice Besostri

El cumpleaños de Italia


  
de Enrique Barón Crespo

   Italia está festejando su 150 Aniversario de existencia como Estado unitario.  Lo hace fiel a su estilo vivo, contradictorio y polémico.  El Presidente Napolitano, la  persona que encarna la dignidad del país, ha pronunciado  con  la  energía juvenil de sus 86 años   un histórico discurso ante  la Camera dei Deputati aplaudido por tirios y troyanos. También ha explicado a sus conciudadanos el sentido del compromiso del país en relación con Libia. 
  Mientras tanto, el premier Berlusconi, perdido en sus delirios seniles y su pena por Gadafi,  preside un Gobierno cuya continuidad depende del Vicepresidente Bossi y el Ministro del Interior Maroni,   máximos exponentes de una  Lega Nord que afirma  que no hay nada que celebrar.  Sin embargo, tanto ellos como sus Alcaldes en Bergamo, Verona y otras muchas ciudades padanas han tenido que ponerse en cabeza de la manifestación tricolor ante la reacción popular. Incluso, han tenido que cantar  el bellísimo “Vai pensiero” del Nabucco de Verdi que muchos italianos piensan que debería ser el himno nacional como se hizo en la Opera de Roma ante el Presidente.  En Italia es posible discutir sobre dos himnos con letra.
  El contenido del discurso del Presidente tiene interés no solo para los italianos, también para los españoles.  En primer lugar, porque es un cumpleaños de familia.  Las historias de Italia y España están entrelazadas desde Roma como Unión política económica y monetaria.  Ya Cicerón comentaba el acento de los senadores ibéricos y Julio César inició su increíble carrera política en Cádiz,  haciendo a los gaditanos ciudadanos romanos como muestra de reconocimiento.  
En el contexto de la Italia del Risorgimento descrito por Napolitano, su cita de Mazzini es expresiva: hace 150 años Italia estaba dividida en 8 Estados despóticos y un cuarto del Bel Paese  estaba bajo dominio austríaco. En ese mismo momento,  la piamontesa Casa de Saboya, mientras construía la unidad  italiana, nos  exportó  un Rey, Amadeo de Saboya , tras el fracaso de la 1ª República y la guerra francoprusiana de 1870, desencadenada precisamente por la sucesión al trono de España. De ella surgió también el Reich alemán, la otra nación joven.  Amadeo abdicó un año  después con la histórica frase   « io non capisco niente. Siamo una gabbia di pazzi — No entiendo nada, esto es una jaula de locos».
  La lucha por la hegemonía  a escala europea  formaba parte de la agenda política tanto de Victor Manuel y Cavour como de Bismarck, Napoleón IIIº y Prim. La Europa unida de hoy muestra como por una vez se puede decir que hemos aprendido las lecciones de la historia y hemos sido capaces de enmendar un ciego crescendo de nacionalismos agresivos que llevaron a la cuasi destrucción del continente.
  La afirmación fundamental del discurso del Presidente fue la consideración de la unidad como empresa histórica extraordinaria, por la que se debe sentir orgullo, confianza ante la entrada en la modernidad de Italia  y a la vez un examen de conciencia colectivo   de los problemas todavía pendientes. 
     El principal es la transformación del Estado unitario en descentralizado, en especial, la articulación entre  Norte y Mezzogiorno.  En esta cuestión clave, decisiva para el futuro de Italia como Estado, el Presidente parte de la defensa de la base autonomista,   encarnada en una arraigada  democracia municipal  y consagrada como principio en el artículo 5º de la vigente Constitución de 1947, no desarrollada aún plenamente en el marco regional y fiscal. Su  apuesta es decidida a favor de  su reforzamiento y no su contrario  como el fin a perseguir.
  En el discurso, Napolitano trató de muchos más temas, como el carácter laico del Estado, o el papel de Italia en la construcción europea y en el mundo.  Sin embargo,  resulta significativo el acento que puso en la consolidación de Italia como un Estado descentralizado asentado sobre las autonomías,  empezando por las locales y consolidando las regionales como método federativo desde un Estado unitario.   
  De hecho,  el único hilo que sostiene al actual Gobierno es la esperanza de aprobar el Decreto Ley llamado del federalismo que consiste esencialmente en   la financiación autonómica.  En Italia, el porcentaje actual de impuestos transferido está próximo al 0,  en España  tras la última ronda autonómica se ha  transferido el 50 % del IRPF amen de otros impuestos.
   Esta reflexión sobre un debate  político fundamental como es la transformación de un Estado centralizado en autonómico nos resulta familiar.  Seguramente, un intercambio de experiencias-éxitos y fracasos - podría ser nuestra mejor contribución en el marco de las celebraciones de este Aniversario con este gran  país hermano y socio en la Unión Europea.

                                             

Incontro seminario 21 gennaio Roma Fondazione Nenni




Care compagne[ in realtà non ne vedo, ma ho problemi di vista negli ultimi tempi sotto vari aspetti: per esempio vedo sorgere all’orizzonte il sole dell’avvenire] e cari compagni, ringrazio il compagno Tamburrano, che ha aperto i lavori con un saluto,che è già un contributo al dibattito, per averci ospitato nei locali della Fondazione Pietro Nenni, tra le varie Fondazioni che hanno aderito alla’iniziativa (Brodolini, Buozzi e Di Vagno), quella intitolata ad un compagno, che a mio avviso, nato come nenniano all’interno del PSI, anzi un Nennisozialist nei miei rapporti internazionali, per distinguerli dai Saragatsozialisten, allora unici membri italiani dell’Internazionale Socialista, è l’emblema del socialismo italiano, quello che ne rappresenta i difetti e le qualità: allo scarso rigore ideologico si è sempre accompagnata un’immensa umanità e il senso di una missione di dare speranza, ma anche obiettivi politici concreti(pensiamo al primo Centro-sinistra e alle sue riforme) al “popolo lavoratore”. Nenni si collocava e collocava il Partito a sinistra, cioè non aveva dubbi su da che parte stare.
L’incontro seminariale di oggi è la prima risposta all’appello lanciato dal gruppo di Volpedo  alla fine del suo IV° Convegno annuale il 25 di settembre del 2011.  L’incipit è chiaro: ” L’Appello di Volpedo, che lanciammo nel 2008 quando demmo vita a questo nostro coordinamento di circoli socialisti e libertari, auspicava, come sapete, un grande rilancio del PSE da compiersi attraverso la sua trasformazione in un vero partito transnazionale: un partito, cioè, al quale fosse possibile iscriversi individualmente e liberamente. Ci pareva infatti (e ci pare tuttora) che la creazione di veri partiti europei fosse la necessaria premessa per dare vita ad una vera Europa politica. E ci sembrava (e tuttora ci sembra)che i Socialisti dovessero mettersi all’avanguardia di questo processo di trasformazione dell’Unione Europea in una reale democrazia governante”  e prosegue con “Solo una vera Europa politica infatti – e ormai quasi tutti sembrano averlo compreso – può aspirare a governare un capitalismo finanziario sempre più spregiudicato e fuori controllo. E solo con un forte movimento socialista, dalla spiccata vocazione redistributiva e dalla forte sensibilità ambientale, si può pensare di imprimere a questo processo la necessaria ed urgente accelerazione”.
La scelta europeista, per noi nel senso del Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni e nella declinazione più socialista del Silone dell’esilio zurighese, rappresenta una delle scriminanti sulla base delle quali costruire una nuova sinistra in Italia, perché la volontà di unire e federare, si deve basare su scelte di fondo chiare e precise. Sono convinto che la sinistra del futuro, la nostra sinistra debba, come “Ma gauche” di Edgar Morin, essere capace di ricomprendere e ricomporre i suoi filoni storici ideali socialisti, comunisti e libertari con l’apporto dell’ambientalismo e del femminismo( quest’ultimo non richiamato da Morin), ma se qualcuno volesse riproporre una conquista e gestione del potere al di fuori dello Stato di Diritto e della Democrazia rappresentativa ( arricchita ma non sostituita da istituti di partecipazione e democrazia diretta) ovvero volesse scindere il nesso tra libertà e giustizia sociale, non ci interessa averlo come compagno di strada.  Senza una meta e senza una bussola non si va da nessuna parte.  Questa scelta non significa assolutamente che non ci si debba porre obiettivi radicali di riforma  del presente e dominante sistema economico, politico e sociale, che ha fallito e la cui conservazione impedisce di uscire dalla crisi, come costituisce una minaccia per la conservazione e l’estensione della democrazia e non solo per le condizioni di vita di una gran parte, anzi la soverchiante maggioranza, dell’umanità. L’ultimo numero(Winter 2011/12 vol. 123 n.4) della Fabian Rewiew, non  di un centro sociale anarco-insurrezionalista, si intitola “ OCCUPY MIDDLE ENGLAND”( con caratteri di colore rosso fuoco nel testo) e nel sottotitolo spiega che “Our new polling shows how some radical views on the economy suddenly became mainstream”, cioè come i loro sondaggi mostrino come alcune visioni radicali sull’economia diventino all’improvviso opinione dominante. Per il 70% l’ineguaglianza è un problema, per il 64% i diritti sul posto di lavoro sono un bene per la crescita economica ( Se Marchionne leggesse la Fabian Review non andrà mai a costruire auto in Gran Bretagna) e addirittura per l’80% le priorità per un impresa dovrebbero essere una strategia di investimenti a lungo termine e con una più ampia responsabilità nei confronti dei dipendenti, dei clienti e delle comunità d appartenenza in confronto di un 12% per il quale la priorità debba essere la massimizzazione dei profitti per gli azionisti. Questi mutamenti nella percezione della società sono importanti, perché il pensiero unico finora dominante in economia è stato un fattore di creazione di consenso di massa intorno a politiche economiche e finanziarie, che ci hanno condotto nella più profonda crisi e che ci condurranno alla rovina se non si inverte la rotta.  L’azione culturale di riflessione che i circoli socialisti e libertari del gruppo di Volpedo hanno condotto in questi ultimi anni ha un’utilità e valenza politica, ma con l’appello che abbiamo rivolto in primo luogo, ma non esclusivamente, al Network per il Socialismo Europeo, alla Lega dei Socialisti  e al Movimento di Azione Laburista e alle Fondazioni Socialiste abbiamo posto il problema della “necessità di pensare, con non minore urgenza, ad una soluzione politica per questa Italia prostrata dal berlusconismo. Ci pare sempre più improcrastinabile, infatti, l’esigenza della formazione di una Sinistra plurale ed aperta: una Sinistra socialista, democratica, laica, libertaria, ecologista, e con una forte tensione europeistica ed internazionalista. Pensiamo che il riscatto di questo nostro disgraziato Paese passi anche, in larga misura, da questa strada”. In questa ricerca non saremo soli perché lo stato della sinistra è sotto gli occhi di tutti: allo stato non ha un proposta unitaria, credibile e convincente per uscire dalla crisi e proporsi per la guida del Paese con propri esponenti, donne e uomini, e programmi e una maggioranza, che le fosse attribuita da perversi e incostituzionali premi di maggioranza, non sarebbe garanzia di capacità governante, come l’esperienza del Prodi 2006/2008 ha dimostrato e che deve essere costante monito contro ogni tentazione di ammucchiata dettata dalla necessità di avere un voto in più dell’altrettanto disomogeneo fronte avverso o dell’eterna tentazione centrista. In questi anni è stato un continuo rincorrersi di sigle e contenitori( che invece di rinnovare hanno distrutto la forma partito e senza poartiti no può esserci una compiuta democrazia in società complesse , territorialmente estese e popolose) , che hanno nascosto dietro la novità e discorsi general-generici, l’assenza di una elaborazione originale, che tra l’altro non può che confrontarsi a livello europeo con le famiglie politiche esistenti e per quanto riguarda la sinistra con il socialismo europeo, concetto più vasto della sigla PSE. Non basta essere membri di un club, averne la tessera in tasca, senza condividerne i valori. Il PDS e i DS sono stati membri dell’Internazionale Socialista e del PSE e con posizioni di responsabilità, ma spesso in modo furtivo e quasi clandestino nell’azione quotidiana in Italia: una specie di socialisti transalpini, che si cambiavano abito appena valicate al rientro le Alpi. Dicevo che non siamo soli: per i referendum vinti con un margine superiore ad ogni aspettativa è stato importane il movimento per i beni comuni, sia pure con contraddizioni e limiti, i movimenti studenteschi e dei precari, i popoli viola o le donne di “se non ora quando” sono indicatori di un disagio sociale che richiede uno sbocco politico, ma nella chiarezza come ha dimostrato il fallimento degli “indignati di casa nostra”, che non hanno voluto/saputo emarginare le frange violente. Tra le esperienze originali di aggregazione il nostro appello, indica il movimento arancione ed il successo di Pisapia, che proprio a Volpedo ha lanciato la sua sfida per le primarie e dove ha voluto tornare un anno dopo da Sindaco di Milano.Un dibattito è in corso nel PD e nella stessa SEL si stanno cercando ancoraggi più solidi della sola leadership di Vendola  e della creazione di un movimento/partito/alleanza elettorale(?) a sinistra del PD, che non ricordi troppo la negativa esperienza della Sinistra Arcobaleno. Poca attenzione in un mondo dove il fallimento del bipolarismo maggioritario imposto con ukase è politicamente fallito, ma sopravvive nell’informazione di massa, si presta al dibattito nell’area socialista, ben più vasta del solo PSI, dal quale, peraltro, ci saremmo aspettati che rappresentasse in Italia il nuovo trend del socialismo europeo emerso a partire dal Congresso di Praga 2009 e nei maggiori partiti dalla SPD al PS francese, passando per la revisione all’interno dei partiti più “modernizzanti” dal Labour di Ed Miliband e al PSOE di Zapatero, di cui si aspetta un congresso intenso e teso. Il liberal-socialismo e il socialismo liberale sono stati componenti importanti del pensiero e dell’azione socialista,  e tuutora conservano validità, ma il socialismo non si può esaurire in questi filoni, tanto più quando a distanza di anni hanno poco a che fare con il pensiero di  Rosselli e di Calogero-Capitini per essere la solita riedizione si una tentazione terza forzista liberal-laica con qualche compassione per i meno favoriti.  Sia al Congresso di Fiuggi, con posizioni critiche non confinate nella sinistra interna, che fuori dal Partito con il movimento che potenzialmente si può creare intorno all’Avanti!( permangono punti da chiarire, ma soltanto con un impegno nella soluzione dei problemi ci si può porre obiettivi ambiziosi già a partire dalla conferenza di marzo) sono emerse esigenze di riscatto socialista, che sia chiaro non ha, né potrebbe avere pena il suo insuccesso, connotazioni etniche, storico-biografiche o affettive e men che meno nostalgiche di un presunto periodo d’oro del passato, ma nasce dalla convinzione che la sinistra italiana senza una chiara, , forte e riconosciuta componente socialista democratica ( ne è stata persino capace la LINKE, senza che avesse alle spalle una presenza comune nel sindacato, nei governi locali , nel movimento cooperativo e nell’associazionismo popolare) non potrà uscire dall’impasse  e raccordarsi, con le sue specificità  proposte di riforma dei partiti europei, con il complesso del movimento progressista e di sinistra europeo, maggioritariamente rappresentato dai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti del PSE.
Queste nostre proposte si devono confrontare, con circoli associazioni Fondazioni, centri studi e partiti di sinistra(PSI,PD SEL e settori della FdS interessati ad una dimensione europea) e con partecipazione sindacale in un più ampio convegno dal titolo provvisorio “La sinistra dopo Monti” perché sarebbe esiziale che la sinistra si dividesse in una sinistra per Monti, se non di Monti, e una sinistra contro Monti, di cui bisogna preparare la successione e non la riedizione dopo un turno elettorale imprescindibilmente con un’altra legge( compito non facile perché questa è la legge perfetta per nomenklature, caste ed oligarchie politiche, senza distinzione di colore politico e proposta programmatica). Monti è sopportabile unicamente perché non si tratta di scegliere tra il Bene e il Male, ma tra il Male e il Peggio, rappresentato da elezioni anticipate, con la vigente legge elettorale, il vero obiettivo di tanti che si sono nascosti dietro i referendum elettorali, la cui bocciatura era prevista e che stanno conducendo un’indegna gazzarra contro il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale( a proposito sono convinto che la motivazione della sentenza di inammissibilità conterrà positive enunciazioni per la modifica della legge elettorale).
 Chiudo con un auspicio che il 2012 rappresenti una svolta nei rapporti a sinistra nel 120° anniversario della Fondazione a Genova, appunto nel 1892, del Partito dei Lavoratori, che i Gruppo di Volpedo proporrà di ricordare all’insegna di due Parole d’ordine “RICOMINCIAMO DA CAPO!” e “RIPROVIAMOCI ANCORA!”
Roma, 21 gennaio 2012
Felice Besostri, portavoce del Gruppo di Volpedo

seminario sulla crisi

“10 lezioni sulla crisi. Una visione non liberista”

Tutti gli incontri alla Casa della Cultura, via Borgogna 3, Milano,                MM1 San Babila

ogni lunedì ore 21.00

30 gennaio 2012  Tavola rotonda
È possibile uscire da sinistra dalla crisi?
GIANNI CUPERLO, LANFRANCO TURCI, LUCA FANTACCI,
MASSIMO MUCCHETTI
Coordina: JACOPO TONDELLI

6 febbraio
Crisi. Le teorie economiche di fronte alla crisi
GIORGIO LUNGHINI e STEFANO LUCARELLI

13 febbraio
Finanza. A cosa servono i mercati finanziari?
MASSIMO AMATO e ELENA BELLI

20 febbraio
Lavoro. Il precariato è un destino?
CESARE DAMIANO e CRISTINA TAJANI

27 febbraio
Welfare. Come difendere lo stato sociale
CARLO DEVILLANOVA

5 marzo
Impresa. Innovazione e cultura sociale dell’impresa
MARIO MAZZOLENI e LORENZO SACCONI

12 marzo
Europa. Un’opportunità a rischio
SERGIO CESARATTO e  CARLO ALTOMONTE

19 marzo
Ambiente. Investire nella salvaguardia
VALERIO CALZOLAIO e  ANDREA DI STEFANO

26 marzo
Enti locali. Dopo i tagli: idee per l’autonomia e la partecipazione
RICCARDO REALFONZO e  BRUNO TABACCI

2 aprile
Fisco. Una riforma per l’equità e lo sviluppo
PIETRO MODIANO e  DANILO BARBI

Le idee del socialismo hanno avuto molte vite

«Non è questione di nomi: nell’Internazionale Socialista i partiti che si definiscono socialisti o socialdemocratici sono 49 su 101 membri effettivi. Per diventare maggioritarie, ma di poco, le denominazioni tradizionali devono sommarsi ai 7 partiti laburisti. Ci si dimentica che fino a qualche decennio fa la distinzione tra socialisti e socialdemocratici era netta. Nello stesso PSI per non andare all’estero socialdemocratico era un insulto anche dopo la scelta autonomista e per un certo periodo si coltivò, anche da parte di Craxi, l’idea di un socialismo latino e mediterraneo, come contrapposto a quello nordico e centro-europeo.
Poi i conti non tornavano, perché in un paese plurilingue, come la Svizzera, lo stesso partito, con organi e programmi comuni( non siamo in Belgio dove valloni e fiamminghi hanno partiti separati), si chiama socialista nei cantoni di lingua romanza e socialdemocratico in quelli alemannici: per non parlare dei cantoni (Friburgo e Vallese) e città( Biel/Bienne) bilingui, in cui si usano a parità i due nomi.
Dunque se la distinzione non è significativa, ancor più ardua è introdurre una distinzione/ contrapposizione tra socialdemocratico e progressista , perché tutti i partiti socialdemocratici sono anche progressisti, mentre ci sono formazioni progressiste, non appartenenti all’Internazionale Socialista, che non si definirebbero mai socialdemocratiche o laburiste, per esempio il Partito del congresso indiano. Tuttavia per molto tempo il Partito del Congresso è stato più statalista di tanti partiti socialisti democratici, per esempio quelli scandinavi, se per statalismo intendiamo la proprietà statale di mezzi di produzione. Al movimento socialista si deve l’espansione delle società cooperative, di lavoro, consumo e di abitazione, e del mutualismo previdenziale. Nei paesi dove il socialismo riformista è stato egemone, ancora una volta nell’ Europa del Nord, ma anche in Belgio, gestiscono ancora l’assistenza e la previdenza sociale sotto il controllo dei sindacati unici. In Italia la massima espansione delle aziende controllate dallo Stato, direttamente come gli enti pubblici economici o indirettamente tramite le partecipazioni statali, si ebbe negli anni d’oro del centrismo a guida democristiana.
Il centro-sinistra nazionalizzò agli esordi l’industria elettrica, ma in seguito privatizzò dapprima le banche di interesse nazionale ( e con esse la proprietà della Banca d’Italia) e poi tutto quello che era possibile dall’ENI all’ENEL alla Società Autostrade e la telefonia. Il processo di privatizzazione raggiunse il suo acme con il primo Ulivo (1996-2001), quando il Partito Socialista aveva un grande futuro irrimediabilmente alle sue spalle. A guidare il governo c’era Romano Prodi, già privatizzatore della SME, una persona appartenente alla cultura politica della sinistra democristiana, che, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, dichiarò alla rivista Il Regno di Bologna, che avrebbe rappresentato non soltanto la fine del comunismo, ma anche del socialismo democratico nell’Europa occidentale. Molte delle idee che circolano in Italia derivano dalla sua anomalia europea. Nel resto d’Europa la sinistra sociale cristiana si è incrociata con il socialismo al punto che in Gran Bretagna e nei paesi scandinavi ne è stata una delle componenti fondatrici. L’altra anomalia italiana è stata rappresentata da una chiara egemonia a sinistra del filone comunista. Di per sé non era di ostacolo ad un inversione dei rapporti di forza a sinistra, basta pensare alla Francia, se non fosse stata accompagnata da un forte democrazia cristiana interclassista: la classica tenaglia. lLa previsione di Prodi non si avverrò, anzi proprio negli anni ’90 fu elettoralmente smentita dai successi elettorali dei partiti socialisti,socialdemocratici e laburisti, tanto che nell’Unione Europee a 15, nel 1998, 13 primi ministri erano socialisti e il 14° era Prodi. L’anno dopo l’Economist si chiedeva dove fossero finiti i conservatori europei: D’Alema di un Partito membro dell’IS e del PSE aveva nel frattempo sostituito Prodi. Proprio quegli avvenimenti Dovrebbero renderci cauti a fare previsioni epocali e planetarie sulla base di risultati elettorali nazionali.
Come allora sarebbe stato sbagliato prevedere un XXI° secolo socialista democratico, troppo in fretta si è pensato che la socialdemocrazia fosse finita per sempre in seguito alle ripetute sconfitte in Europa: infatti nello stesso periodo si apriva una serie di vittorie della Sinistra in America Latina, aperte dalla vittoria del cileno socialista Ricardo Lagos in Cile nel 2000 e continuata con una serie di successi come quella dell’uruguayano socialista Tabarè Vasquez, della cilena Bachelet e del brasiliano Lula nel 2002. E’ vero che il suo partito non fa parte dell’Internazionale Socialista anche se ha partecipato ai suoi congressi come invitato, ma le grandi socialdemocrazie europee hanno sempre avuto stretti contatti con il PT e nel suo statuto si riconosce come partito socialista democratico. Bastava consultare Wikipedia , edizione inglese, “from a far-left socialist to a centre-left social-democratic party”, mentre per quella in italiano è un partito di sinistra con diverse componenti. Ci si rende conto che c’è un’eredità storica non ancora digerita in Italia, che impedisce un chiaro confronto nei contenuti di cosa sia ora una proposta socialista democratica distinta da una progressista. I nomi non aiutano. In Polonia e in Ungheria i partiti socialisti locali, membri dell’IS e del PSE, sono nati dalla costola dei partiti comunisti al potere al tempo del patto di Varsavia e del Comecon. Uno quello ungherese ha scelto di chiamarsi socialista, mentre il polacco ha preferito il nome di Alleanza della Sinistra Democratica: sono stati entrambi al potere con programmi neoliberisti, al punto di alienarsi gli strati popolari, che hanno preferito poi rivolgersi a formazioni populiste di destra. Gli anni ’90 del secolo scorso e i primi anni di questo secolo dono stati caratterizzati da un abbandono delle tradizioni socialdemocratiche e quindi di cosa stiamo parlando, quando prefiguriamo un nuovo futuro del socialismo, svincolato dalla socialdemocrazia. Il governo in solitario è sempre stato limitato a pochi paesi, sostanzialmente solo Svezia e Norvegia a cavallo degli anni ’30 e nel secondo dopoguerra pur con un sistema proporzionale. La Gran Bretagna con il suo sistema elettorale non è significativa di una tentazione egemonica della socialdemocrazia.
In Francia i socialisti sono diventati la forza maggiore grazie al regime semipresidenziale e al maggioritari con ballottaggio e grazie una chiara scelta a sinistra da Mitterrand in poi. Se avessero dovuto seguire i consigli italiani avrebbero dovuto, invece, allearsi con i centristi. E’ interessante notare che i socialisti stanno dominando a sinistra le prossime presidenziali, sia con il candidato deciso dalle primarie del PS, sia con Jean Luc Melenchon, fondatore del Partito della Sinistra, candidato di un Fronte con i comunisti al primo turno. In Germania la Linke è uscita dal ghetto della Germania orientale soltanto con l’innesto socialdemocratico di Oskar Lafontaine: nelle elezioni federali del 2009 la sua parola d’ordine di maggior successo era di rimproverare alla SPD l’abbandono di Bad Godesberg!. Le sconfitte elettorali e la crisi hanno aperto una riflessione all’interno del PSE, iniziata con il suo congresso di Praga del 2009 e continuata all’interno dei suoi partiti, a partire della SPD e dal Labour di Ed Miliband. Non pare a chi a segua che ci sa una proposta classica di deficit spending, nazionalizzazioni e distribuzione di benefici ai lavoratori: ha nazionalizzato di più Obama, il modello progressista per eccellenza del PD, come Clinton lo è stato per il PDS/DS, il grande sregolatore dei mercati finanziari. Il socialismo democratico ha un punto fermo il potere si conquista e si gestisce con metodi democratici e nel rispetto della libertà: la crisi economica e le sconfitte elettorali hanno posto il problema se i socialisti devono anche pensare un modello diverso di società o dare per eterno il sistema capitalista nella sua versione neoliberista, il turbo capitalismo che ha dominato il pensiero economico e politico dell’ultimo ventennio.
Al centro della riflessione dovrebbe esserci di nuovo l’uguaglianza, non come astratto egalitarimo imposto dall’alto dallo Stato o da un partito unico, ma come condizione di sviluppo economico e di consolidamento della stessa democrazia. La democrazia è, infatti, messa in questione, perché incapace di risolvere i problemi a causa della lentezza delle sue procedure e dall’orizzonte temporale ristretto, 4 o 5 anni, dei rinnovi dei parlamenti: meglio leader eletti direttamente, che controllano le assemblee legislative La dimensione statuale nazionale, il quadro in cui storicamente, la socialdemocrazia ha realizzato i suoi maggiori successi dal suffragio universale al welfare state, è messo sotto accusa. Eppure ci sono due vie d’uscita per una governante mondiale, costruire delle federazioni su base continentale ovvero immaginare un condominio tra gruppi finanziari multinazionale e istituzioni internazionali, in cui sono presenti soltanto i governi. Per queste risposte occorrono scelte politiche e su queste si deve misurare la sinistra, se vuole vivere una dimensione sociale globale e non rinchiudersi in confini politici inefficienti, come i partiti nazionali. Si parli di PSE come partito transnazionale, se diventa un centro di elaborazione politica tutta la sinistra dovrà confrontarsi con il socialismo europeo, come la più grande forza di progresso, senza bisogno di fargli cambiare nome, come, invece, si è riusciti con il Gruppo Socialista del Parlamento Europeo.
Felice Besostri - Network del Socialismo Europeo
Traduzione in FR
Les idées du socialisme ont connu de nombreuses vies, mais ne sont jamais mortes
Ce n’est  pas une question de noms : dans l’Internationale Socialiste, les partis  qui se définissent socialistes ou socio-démocrates sont 49 sur 101 membres effectifs. Pour devenir majoritaires, mais de peu, les dénominations traditionnelles doivent se joindre aux 7 partis travaillistes. On oublie que, jusqu’à il y a quelques décennies, la distinction entre socialistes et socio-démocrates était nette. Sans aller à l’étranger, au sein même du PSI, social-démocrate était une insulte, même après le choix autonomiste et, pendant un certain temps, on cultiva, y compris chez Craxi, l’idée d’un socialisme latin et méditerranéen, en opposition au socialisme nordique et centre-européen. Toutefois, la distinction ne tenait pas, vu que, dans un pays plurilingue, comme la Suisse, le même parti, avec des organes et des programmes communs (nous ne sommes pas en Belgique où Wallons et Flamands ont des partis séparés) s’appelle socialiste dans les cantons de langue romane et social-démocrate dans les cantons alémanique, sans parler des cantons (Fribourg et Valais) et villes (Biel-Bienne) bilingues, où les deux noms sont utilisés à égalité.
Si la distinction n’est pas significative, il est encore plus ardu d’introduire une distinction /opposition entre social-démocrate et progressiste, vu que tous les partis sociaux-démocrates sont également progressistes, alors qu’il existe des formations progressistes qui n’appartiennent pas à l’Internationale Socialiste et qu’on ne définirait jamais comme social-démocrate ou travaillistes, par exemple le Parti du Congrès Indien. Toutefois, le parti du Congrès Indien a été très longtemps plus étatique que de nombreux partis socialistes démocratiques, par exemple les scandinaves, si par étatisme nous entendons la propriété de l’Etat sur les moyens des productions.
C’est au mouvement socialiste que l’on doit l’expansion des coopératives, des sociétés du travail, de consommation et de logement, ainsi que des sociétés mutuelles de prévoyance. Les pays où le socialisme réformiste prédominait, encore une fois en Europe du Nord mais aussi en Belgique, gèrent encore l’assistance et la prévoyance sociale sous le contrôle des syndicats. En Italie, l’expansion des sociétés contrôlées par l’Etat, directement en tant qu’organismes publics économiques ou indirectement par le biais des participations d’Etat, a connu son apogée pendant les années d’or du centrisme, sous direction démocrate chrétienne. Au début, le centre-gauche nationalisa l’industrie électrique, mais ensuite privatisa les Banques d’intérêt nationale (y compris la Banque d’Italie) et tout ce qui pouvait l’être : ENI, ENEL, Sociétés autoroutières et Téléphones. Le processus de privatisation a atteint son maximum avec le premier Olivier (1996-2001), à un moment où le Parti socialiste avait irrémédiablement son avenir derrière lui. Le gouvernement était dirigé par Romano Prodi, qui avait déjà privatisé la SME, personnage appartenant à la culture politique de la gauche démocrate chrétienne, qui, au lendemain de la chute du mur de Berlin, déclara à la revue Il Regno de Bologne, qu’elle marquerait non seulement la fin du communisme mais aussi du socialisme démocratique en Europe Occidentale.
Bon nombre d’idées qui circulent en Italie sont nées de son anomalie européenne. Sans le reste de l’Europe, la gauche sociale chrétienne s’est associée au socialisme au point de former, en Grande-Bretagne et dans les pays scandinaves, une de leurs composantes fondatrices. L’autre anomalie italienne est constituée par la nette hégémonie à gauche du filon communiste. En soi ce n’était pas un obstacle à une inversion des rapports de force à gauche : il suffit de penser à la France.
Il y avait toutefois le poids d’une forte démocratie chrétienne interclassiste : la tenaille classique! La prévision de Prodi ne se réalisa pas, au contraire, dans les années ’90, elle fut électoralement démentie par les succès des partis socialistes, social démocrates et travaillistes, au point que, en 1998, dans l’Union européenne à 15, 13 premiers ministres étaient socialistes et le 14e était Prodi.
L’année suivante, l’Economist se demandait où étaient passés les conservateurs européens. D’Alema, membre de l’IS et du PSE, avait entre-temps remplacé Prodi. Ce sont justement ces événements qui devraient nous inciter à la prudence lorsqu’on se livre à des prévisions définitives et planétaires sur la base des résultats électoraux nationaux. Comme alors, il serait erroné de prévoir un XXIe siècle socialiste démocrate; on a trop vite pensé que la social-démocratie était finie pour toujours suite aux défaites répétées en Europe. En effet, dans la même période s’ouvrait une série de victoires en Amérique Latine, ouverte par la victoire de Ricardo Lagos au Chili en 2000 et poursuivie par une série de succès, comme de l’Uruguayen socialiste Tabaré Vasquez, de la Chilienne Bachelet et du Brésilien Lula en 2002. Il est vrai que le parti de ce dernier ne fait pas partie de l’Internationale Socialiste, même s’il a participé à ses congrès en tant qu’invité, mais les grandes sociales- démocraties européennes ont toujours eu des contacts serrés avec le PT dont les statuts le définissent comme parti socialiste démocrate. Il suffit de consulter l’édition anglaise de Wikipedia: «from a far-left socialist to a centre-left social-democratic party».Pour l’édition italienne, il s’agit d’un parti de gauche avec différentes composantes. On se rend compte qu’un héritage historique, pas encore digéré en Italie, empêche une confrontation claire sur les contenus d’une proposition socialiste démocrate distincte d’une proposition progressiste.
Les noms n’apportent aucune aide. En Pologne et en Hongrie, les partis socialistes locaux, membres de l’IS et du PSE, sont nés de la côte des partis communistes au pouvoir à l’époque du Pacte de Varsovie et du Comecon. Le parti hongrois a choisi de s’appeler socialiste, alors que le parti polonais a préféré le nom d’Alliance de la Gauche Démocratique. Ils ont été tous les deux au pouvoir avec des programmes néo-libéraux, au point de s’aliéner les couches populaires, qui ont préféré se tourner vers des formations populistes de droite. Les années 90 du siècle dernier et les premières années de ce siècle ont été caractérisées par un abandon des traditions sociales-démocrates et donc de notre propos où nous préfigurons un nouvel avenir pour le socialisme détaché de la sociale-démocratie.
Le gouvernement en solitaire a toujours été limité à quelques pays, en substance seules la Suède et la Norvège à cheval des années 30 et dans le deuxième après-guerre avec néanmoins un système proportionnel. La Grande-Bretagne, avec son système électoral, n’est pas significative d’une tentation hégémonique de la social- démocratie.
En France, les socialistes sont devenus la force la plus importante grâce au régime semi-présidentiel et au système majoritaire avec ballottage et aussi à la suite d’un choix clair à gauche effectué par Mitterand. Si les socialistes  français avaient dû suivre les conseils italiens, ils auraient dû, au contraire, s’allier aux centristes. Il est intéressant de noter que les socialistes dominent les prochaines présidentielles à gauche grâce au candidat issu des primaires du PS et à Jean –Luc Mélanchon, fondateur du parti de la Gauche, candidat d’un front avec les communistes au premier tour. En Allemagne, la Linke est sortie du ghetto de l’Allemagne de l’Est grâce seulement à la greffe sociale–démocrate de Oskar Lafontaine: aux élections fédérales de 2009, son mot d’ordre le plus suivi était de reprocher au SPD l’abandon de Bad Godesberg! Les défaites électorales et la crise ont ouvert une réflexion à l’intérieur du PSE, commencée au congrès de Prague de 2009 et poursuivie à l’intérieur de ses partis, a partir du SPD et du Labour d’Ed Miliband. Il n’apparaît pas aux observateurs qu’il existe une proposition classique de déficit spending, nationalisations et distribution des bénéfices aux travailleurs. Obama a nationalisé davantage, lui le modèle progressiste par excellence du PD, comme Clinton, le grand dérégulateur des marchés financiers, l’a été pour le PDS/DS. Le socialisme démocratique se fonde sur un point central: le pouvoir se conquiert et se gère par des méthodes démocratiques et dans le respect de la liberté. La crise économique et les défaites électorales ont mis en exergue le problème de savoir si les socialistes doivent aussi concevoir un modèle différent des société ou bien, considérer comme éternel le système capitaliste dans sa version néo-libérale, le capitalisme trouble qui a dominé la pensée économique et politique des vingt dernières années. Au centre de la réflexion devrait se placer à nouveau l’égalité, non comme égalitarisme abstrait imposé du haut par l’Etat ou par un parti unique, mais comme condition de développement économique et de consolidation de la démocratie. La démocratie est, en effet, mise en question, parce que incapable de résoudre les problèmes en raison de la lenteur de ses procédures et des délais restreints, 4 ou 5 ans , du renouvellement des parlements. Mieux vaut des leaders élus directement, qui contrôlent les assemblées législatives.
La dimension de l’Etat national, le cadre dans lequel, historiquement, la social- démocratie a conquis ses plus grands succès, du suffrage universel au Welfare state, est mise en accusation. Il y a toutefois deux voies pour atteindre une gouvernance mondiale: construire des fédérations sur une base continentale ou imaginer un condominium entre groupes financiers multinationaux et institutions internationales, où seule sont présents les gouvernements. Ces réponses appellent des choix politiques et la gauche doit s’y mesurer, si elle veut vivre un espace social global et non se replier dans des limites politiques inefficaces, comme les partis nationaux. Si le PSE est un parti transnational, s’il devient un centre d’élaboration politique, toute la gauche devra se confronter au socialisme européen, en tant que force de progrès la plus importante, sans besoin de luii faire changer de nom, comme c’est advenu avec les Groupe Socialiste du Parlement européen.

NAPOLITANO A RESET
Il testo di Giorgio Napolitano che anticipiamo è una lettera al direttore della rivista "Reset" 1, Giancarlo Bosetti, che lo aveva sollecitato - in una conversazione avvenuta in settembre - a una riflessione sulla politica italiana a 50 anni dalla morte di Luigi Einaudi.

Caro Direttore,
ci confrontiamo ormai quotidianamente con la crisi di quel progetto europeo che ha rappresentato la più grande invenzione politica della seconda metà del Novecento, sprigionando dinamismo e potenzialità in tale misura da imporsi come punto di riferimento, se non come modello, ben oltre i confini dell'Europa. E quella che ha finito per emergere è in effetti la crisi delle leadership politiche cui spettava dare, dall'inizio del nuovo secolo, sviluppo coerente al processo di integrazione europea. Siamo dinanzi a un'insufficienza storica, che ci rimanda, per contrasto, a quel che fu, in epoche precedenti, "una classe nettamente superiore di statisti", ispiratori e guide delle democrazie occidentali. E citando in proposito il giudizio di Tony Judt (che in quella cerchia collocava anche Luigi Einaudi), tu hai accennato alla questione sempre aperta se furono le circostanze o la cultura dell'epoca a determinare l'ingresso nell'arena politica e l'affermazione di quelle personalità.

Ora, se guardiamo all'Europa e anche all'Italia quali uscirono dalla tragedia del nazifascismo e dalla Seconda guerra mondiale, possiamo vedere chiaramente quali
 prove
ineludibili e vitali sollecitarono allora - in condizioni di ritrovata libertà e di rinascente democrazia - forze politiche vecchie e nuove, e forti individualità moralmente e socialmente sensibili, ad assumersi le loro responsabilità, rendendo possibile uno straordinario balzo in avanti dei propri paesi e dell'Europa occidentale. Decisiva era stata non solo la spinta delle circostanze storiche, ma anche la maturazione culturale degli anni seguenti la grande crisi e precedenti il secondo conflitto mondiale.

Riscoprire Luigi Einaudi

Se così nacque il progetto europeo e prese avvio il processo di integrazione comunitaria, questo processo - dopo essere avanzato tra alti e bassi e non pochi momenti critici - giunse a un punto di svolta all'indomani del grande mutamento del 1989. Anche allora operò in modo possente la leva delle "circostanze" e necessità storiche, ma è un fatto che si trovò pronta a raccoglierne la sfida una classe politica europea formatasi nell'esperienza comunitaria in modo da trarne capacità di visione e padronanza istituzionale. Ne scaturirono il Trattato di Maastricht e la scelta della moneta unica.

Siamo ora giunti, in special modo in Europa, a un terzo appuntamento con la storia: quello del calare - approfondendolo come non mai - il nostro processo di integrazione nel contesto di una fase critica della globalizzazione. Ed è vero che questa volta le leadership europee appaiono invece in grande affanno a raccogliere la sfida, innanzitutto nei suoi termini di crisi incalzante dell'euro; appaiono palesemente inadeguate anche a causa di un generale arretramento culturale e di un impoverimento della vita politica democratica, che hanno congiurato nel provocare fatali ripiegamenti su meschini e anacronistici orizzonti e pregiudizi nazionali.

Per reagire ai rischi che ciò comporta, è importante recuperare apporti di cultura politica che costituiscono preziosi giacimenti ancora insufficientemente esplorati: e farlo innanzitutto paese per paese, a cominciare da noi in Italia. Di qui anche la riflessione di "Reset", che vivamente apprezzo, sull'eredità, sugli insegnamenti di Luigi Einaudi (vedi "Reset" 127 ndr). Ne abbiamo anche discusso, caro Direttore, in una conversazione tra me e te. Permettimi di limitarmi ora a poche, scarne considerazioni.

Particolarmente acuta è oggi per le forze riformiste l'esigenza di perseguire nuovi equilibri, sul piano delle politiche economiche e sociali, tra i condizionamenti ineludibili della competizione in un mondo radicalmente cambiato e valori di giustizia e di benessere popolare, divenuti concrete conquiste in termini di diritti e garanzie attraverso la costruzione di sistemi di Welfare State in Italia e in Europa. Ebbene, per comprendere e affrontare le sfide di un'economia di mercato globalizzata, rimuovendo incrostazioni corporative e assistenzialistiche rimaste ancora pesanti nel nostro paese, la lezione di Luigi Einaudi può suggerire riflessioni e stimoli fecondi. Ci si può, naturalmente, chiedere innanzitutto come e perché quel filone di pensiero liberale abbia incontrato sordità e suscitato contrapposizioni nell'area del riformismo e, più concretamente, nella sinistra legata al mondo del lavoro, quando prese corpo, tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, una nuova dialettica politica democratica nell'Italia repubblicana. In effetti, i termini di quella dialettica furono drasticamente segnati da una conflittualità ideologica che discendeva in larga misura dal contesto internazionale presto precipitato nella guerra fredda.

Bobbio e il Pci

Dogmatismi e schematismi ebbero il sopravvento su ispirazioni di cultura liberale pure presenti nello stesso Pci; e diventò difficile distinguere le verità del "liberismo" einaudiano e più in generale dell'approccio ideale e politico liberale, nella varietà delle sue voci. Ho rievocato quell'atmosfera e quelle incomprensioni, ricordando nel 2009 Norberto Bobbio e il suo dialogo-duello col Pci, sul tema della libertà, negli anni Cinquanta.

Varrebbe certamente la pena di ricostruire più attentamente di quanto non si sia ancora fatto, il dibattito in Assemblea Costituente e i contributi di Einaudi, che peraltro abbracciarono campi importanti di interesse generale al di là dei "rapporti economici" (titolo III della prima parte della Carta) e del pur cruciale articolo 81. Interessante, e suggestiva, è l'interpretazione che in Cinquant'anni di vita italiana ci ha lasciato Guido Carli: secondo il quale "la parte economica della Costituzione risultò sbilanciata a favore delle due culture dominanti, cattolica e marxista", ma nello stesso tempo, tra il 1946 e il 1947, "De Gasperi ed Einaudi avevano costruito in pochi mesi una sorta di "Costituzione economica" che avevano posto però al sicuro, al di fuori della discussione in sede di Assemblea Costituente". Si trattò di una strategia "nata e gestita tra la Banca d'Italia e il governo", mirata alla stabilizzazione, ancorata a una visione di "Stato minimo", e aperta alle regole e alle istituzioni monetarie internazionali.

In effetti, benché, per usare le espressioni di Carli, quel che accomunava in Assemblea Costituente la concezione cattolica e la concezione marxista fosse "il disconoscimento del mercato", l'azione di governo fu già nei primi anni della Repubblica segnata da scelte di demolizione dell'autarchia, di liberalizzazione degli scambi e infine di collocazione dell'Italia nel processo di integrazione europea.

E con i Trattati di Roma del 1957 e la nascita del Mercato Comune, furono riconosciuti e assunti dall'Italia i fondamenti dell'economia di mercato, i principi della libera circolazione (merci, persone, servizi e capitali), le regole della concorrenza; quelle che ancor oggi vengono denunciate come omissioni o come chiusure schematiche proprie della trattazione dei "Rapporti economici" nella Costituzione repubblicana, vennero superate nel crogiuolo della costruzione comunitaria e del diritto comunitario. Nell'accoglimento e nello sviluppo di quella costruzione, si riconobbe via via anche la sinistra, prima quella socialista e poi quella comunista.

La distanza maggiore che tuttavia rimase tra le posizioni liberali, e specificamente einaudiane, da una parte, e quelle della sinistra di derivazione marxista (e anche quelle prevalenti nella pratica di governo della Democrazia Cristiana), dall'altra parte, è quella relativa al ruolo e ai limiti dell'intervento dello Stato nell'economia. Nella discussione in Assemblea sul testo che sarebbe diventato l'articolo 41 della Costituzione, Einaudi prese le distanze con pungente ironia dall'evocazione di "piani" e "programmi" e dal ricorso a espressioni di dubbio significato come "l'utilità sociale"; fu nello stesso tempo eloquente e fermissimo nel sollevare il problema dei monopoli, della necessità di scongiurarne la formazione e, comunque, di sottoporli a controlli. Ma al di là di quel dibattito in Assemblea Costituente, e più in generale, egli indicò come propria dei "liberisti" non solo una linea antiprotezionistica, ma la netta convinzione (si veda in proposito l'analisi di Paolo Silvestri, nel capitolo che il suo libro su Einaudi dedica a "Liberalismo e liberismo") che lo Stato dovesse fare "passi assai prudenti nella via dell'intervenire nelle faccende economiche", anche paventando che tali interventi generassero corruzione nella società. Fino ad affermare: "il liberismo non è una dottrina economica, ma una tesi morale".

E invece è indubbio che in Italia, già a partire dagli anni Cinquanta, lo Stato intervenne con sempre minore "prudenza" e senso del limite, nella vita economica: dapprima, e per un non breve periodo, si trattò di un intervento diretto nell'attività produttiva, anche da Stato proprietario (sia pure nella più flessibile forma del sistema delle partecipazioni statali); si trattò poi di un ricorso crescente alla spesa pubblica, e sempre di più alla spesa pubblica corrente, in funzione di domande e interessi di carattere politico-elettorale e con la conseguenza dell'accumularsi di uno spaventoso stock di debito pubblico.

Ora che a minare la sostenibilità di quella grande e irrinunciabile conquista che è stata la creazione dell'euro concorre fortemente la crisi dei debiti sovrani di diversi Stati tra i quali l'Italia, è diventata ineludibile una profonda, accurata operazione di riduzione e selezione della spesa pubblica, anche in funzione di un processo di sburocratizzazione e risanamento degli apparati istituzionali e del loro modus operandi. Tale discorso non può non investire le degenerazioni parassitarie del "Welfare all'italiana", rifondando motivazioni, obiettivi e limiti delle politiche sociali, ovvero rimodellandole in coerenza con l'epoca della competizione globale e con le sfide che essa pone all'Italia.

Da un lato, quindi, occorre fare più che mai i conti con la realtà del mercato e quindi del ruolo, già d'altronde ampiamente riconosciuto, che spetta all'iniziativa e all'impresa privata, con le sue esigenze di libertà, di affrancamento da vincoli che ne comprimono la competitività, e dall'altro lato c'è da valorizzare altre essenziali componenti di una visione liberale come fu quella di Luigi Einaudi. Una visione - lo ha ben messo in evidenza Francesco Forte nel convegno promosso il 13 maggio 2008 dalla Banca d'Italia - che accanto al valore del libero mercato postulava quello della "riduzione delle disuguaglianze nei punti di partenza o d'arrivo", e considerava possibile la convergenza tra l'uno e l'altro. E Forte ha anche ben definito in quale senso, assai moderno, emergesse in Einaudi "un principio di libertà come responsabilità".

Il recupero di simili approcci e contributi di pensiero ai fini di una revisione, di un adeguamento al nuovo contesto generale, della piattaforma programmatica e di governo delle forze riformiste, non può apparire né improprio né arduo: se è vero che, come è stato osservato, la fecondità della ricerca del liberale Einaudi resta testimoniata dalla varia collocazione di uomini usciti dalla sua scuola, tra i quali eminenti liberalsocialisti e socialisti liberali.

Il "recupero" di cui parlo dovrebbe essere parte di quel rinnovato sforzo di qualificazione culturale e morale della politica italiana ed europea, la cui necessità ho richiamato - caro Direttore - come punto di partenza di questa mia lettera. Non possiamo ormai che riflettere sull'Italia guardando all'Europa: anche così tornando a incontrare Einaudi, come grande anticipatore e assertore di quella prospettiva di unione federale dell'Europa che oggi siamo chiamati a rilanciare mirando con coraggio einaudiano al più coerente superamento del dogma e del limite delle sovranità nazionali.
(28 dicembre 2011)

Napolitano e Network per il Socialismo europeo


Mi sono riletto la lettera di Napolitano. Ovviamente per un socialdemocratico di sinistra quale io sono i dissensi sono ampi, per esempio nel programma di Bad Godesberg, che pure rappresenta il passaggio della SPD da  Klassenpartei ( Partito di classe) a Volkspartei (Partito di popolo) si parla di Planung pianificazione e la Mitbestimmung (Codeterminazione e non cogestione!) è parte essenziale della socialdemocrazia. L'intervento statale c'è stato, anche affrontando i divieti di Bruxelles. Ma proprio perché sono favorevole, a differenza di Einaudi, del titolo III della parte prima della Costituzione, seguo  l'insegnamento di Maksim Gorki. "Proprio perché sono dalla parte del popolo, non gli posso perdonare tutto quello ce fa". Proprio perché sono favorevole all'intervento pubblico( che non coincide con statale) non posso perdonare tutti i modi in cui avviene.  Le ultime vicende Finmeccanica e Enav sono un ultimo esempio di come non deve svolgersi l'intervento pubblico e Fincantieri non vorrebbe essere diversa dalla FIAT di Marchionne, se non ci riesce sarà alle spalle di tutti i contribuenti. Stesso discorso per il deficit. La sua riduzione in tempi stretti è un errore perché non può avvenire che con aumenti di tasse, imposte ed accise e tagli lineari, quindi aumentando le ingiustizie e senza prospettive di crescita, ma nessuno mi potrà mai convincere che un deficit che deriva da sprechi, inefficenze, clientelismo, corruzione ed elusione/evasione fiscale, spese militari, malversazioni e peculati sia un bene. Nel discorso di Napolitano, sostanzialmente ribadito nel messaggio a reti unificate bisogna distinguere il grano dal loglio. Per esempio è grano il passo su Bobbio e la polemica col PCI. Probabilmente Giorgio deve aver riletto, come ho fatto io, "Quale Socialismo?" pubblicato nella serie "i maestri del pensiero democratico" del Corriere della Sera. Sarebbe sbagliato rimproverarlo chiedendogli cosa ha fatto dentro il PCI quando Togliatti aggrediva Bobbio: non fa parte della cultura socialista la purificazione autocritica, né la confessione assolutoria. Buona la salda convinzione europeista, anche se datata ed incapace di distinguere progetto europeo e sue contingenze come se tra l'ispirazione federalista del manifesto di Ventotene e il comunicato dell'ultimo Consiglio europeo del 9/10 dicembre non ci fosse soluzione di continuità. Merkel e Sarkozy non sono Adenauer e Schumann.
Eppure è questione cruciale è il bivio che la sinistra italiana ed europea si trova di fronte. Se si sceglie l'Europa sarà più semplice che gli europeisti old style come Napolitano ricevano l'illuminazione come Paolo sulla via di Damasco, mentre l'altra scelta porterebbe la sinistra in una sinistra compagnia di Lega Nord, Veri Finlandesi,BIP, Vlaamse Block e Marine Le Pen.  Napolitano ha fatto una cosa giusta non sciogliendo anticipatamente le Camere per rinnovarle(?) con questa legge elettorale. Si sta pagando un prezzo elevato con il Governo Monti e la sua politica sbagliata, ma come ho ripetuto spesso se la scelta è tra il male e il peggio, scelgo il Male. NEL FARE POITICA NO CI SI PUO' SBAGLIARE SU CHI SIA IL NEMICO PRINCIPALE. Giorgio Napolitano non condivide la nostra idea di sinistra, ma non è il nemico principale, anzi non è un nemico tout court.  Non vorrei che ci trovassimo poco alla volta nella situazione del fascismo montante e i comunisti teorizzare che il nemico principale erano i socialdemocratici. Ho lasciato i DS quando il progetto PD è giunto a maturazione e in tutti questi anni non mi sono stancato di criticare il progetto, le sue contraddizioni, la responsabilità oggettiva nel favorire la resistibile ascesa di Arturo Berlusconi nel 2001 e nel 2008, ma gli elettori e i militanti del PD non sono i miei nemici principali, come non lo è la maggioranza del PSI, da cui dissento al 90% per cento, con SEL ci sono ancora punti di dissenso di fondo (se fossi un'agenzia di rating direi che le prospettive sono in netto miglioramento: appena inizieranno un avvicinamento formale al PSE AA++, quando aderiranno AAA), ma se non ci riesce di mettere insieme i filoni che rappresentano non daremo mai corpo ai nostri progetti, fossero essi utopie o semplicemente illusioni.  Non è un caso ch abbia dedicato le mie forze e il mio tempo al GdV e al Network dove la presenza di militanti di PD, PSI e SEL è una realtà per il primo e un obiettivo per il secondo. Puntualizziamo, manteniamo la vigilanza e la distanza da tutto quello che non condividiamo, ma non facciamo del Presidente  un membro attivo del solito complotto contro la vera sinistra. I compagni che sbagliano vanno convinti, non aggrediti. Come Network non abbiamo conti da regolare con nessuno, ma soltanto con le nostre insufficienze nel dar corpo ad un progetto di rinnovamento e ricostituzione della sinistra, che dovremmo essere capaci intanto di realizzare nella nostra pratica, cioè di essere capaci di individuare le priorità e di trovare quello che ci unisce invece di quello che ci divide. 
31 dicembre 2011