Il Blog di Felice Besostri

Il Blog di Felice Besostri

NOTE A MARGINE di FELICE BESOSTRI



a proposito degli interrogativi di Franco Astengo sul PD

1)La polemica sulla trasformazione in senso presidenziale della nostra forma di governo è tipica  di un modo italiano di banalizzare problemi seri. La forma di governo deriva dai rapporti che si instaurano tra i vertici dei poteri dello Stato e segnatamente tra(secondo il mio ordine di importanza) Parlamento, Capo dello Stato e Governo. Nella nostra Costituzione è chiara la scelta tra le varie forme di governo a favore di quella parlamentare. Questa scelta in concreto si esprime in vari modi, determinati dal sistema politico e anche dalla personalità degli attori: basta pensare a un De Gasperi. Possiamo quindi avere di fatto o per scelta una forma di governo parlamentare , di cui quella semi-presidenziale è una variante, a prevalenza del primo ministro o del Capo dello Stato. La prevalenza del Primo Ministro è stata una scelta attuata con la legge elettorale, cioè una legge ordinaria,  mentre il ruolo del Capo dello Stato è una questione di fatto. La prevalenza del Primo Ministro non è estranea alla forma di governo parlamentare( Gran Bretagna, Germania e Spagna per fare alcuni esempi), ma nel caso italiano si è giunti a quella scelta con forzature della Costituzione formale, quali la quasi elezione diretta, accompagnata da un premio di maggioranza esagerato e dalle liste bloccate, formate, imposte o comunque avallate dal candidato alla carica di Primo Ministro, in assenza di ogni contrappeso costituito dal suo stesso partito politico. Il Premier britannico  può, invece, essere sostituito in ogni tempo, dal congresso del suo partito. La legge elettorale italiana ha ucciso il Parlamento e questo non è possibile  e soprattutto illegittimo se si vuol restare nella forma di governo parlamentare. Quando si scriverà la storia della Seconda Repubblica si individueranno i responsabili della degenerazione non solo nei capi partito, ma anche negli organi di stampa, con i loro direttori ed editorialisti che hanno appoggiato l’elezione diretta dei vertici esecutivi, ma fatto ancor più grave, nella complice ignavia della magistratura, compresa quella costituzionale.  Il Parlamento non è mai stato centrale a causa della Partitocrazia, ma di partiti, caso unico in Europa, non regolati da alcuna legge, come invece avrebbe richiesto l’art. 49 della Costituzione. Il ruolo del Capo dello Stato si è espanso per la perdita di credibilità del Primo Ministro e l’assenza di legittimazione di un Parlamento di nominati.  Senza una riforma dei partiti ogni cambiamento della legge elettorale non produrrà alcun effetto, compresa la reintroduzione delle preferenze, questo è il nodo, un nodo politico perché non c’è bisogno di una legge per costituire un partito democratico, retto da organi collegiali e partecipato ad ogni livello dai suoi militanti. Le primarie non sono uno strumento salvifico, e neppure un’invenzione del diavolo, basta che siano aperte e che rappresentino anche una scelta di programmi e non solo di persone: vincere le primarie in ogni caso non è di per se sufficiente per fondare una leadership. La riforma della legge elettorale non è al primo posto nell’agenda, tanto per usare un eufemismo, al più se ne parla, in compenso di una legge sui partiti non se ne parla neppure. D’altro canto non si può chiedere ai tacchini di organizzare il menù del Giorno del Ringraziamento, quindi i capi partito sperano di nominare i loro fedeli in Parlamento e le seconde e terze file dei gruppi dirigenti sperano di essere tra i prescelti: è più semplice e meno rischioso. Al di fuori nel contempo si agitano i populismi demagogici più stupidi e violenti, che metteranno in discussione lo stesso concetto di rappresentanza democratica.
2) In questo contesto politico-istituzionale tutti i partiti esistenti sono sia i prodotti che i fattori della crisi, PD compreso. La crisi del PD è crisi dell’opposizione, che dal PD non può prescindere. Le insufficienze del PD e le sue contraddizioni paralizzano tutti gli altri soggetti, che ne approfittano tatticamente, ma che vivendo nell’atteso di una sua scomposizione nel frattempo non si organizzano. Significativo è il atto che non sia all’ordine del giorno in termini concreti la costituzione di un soggetto politico  nuovo nella sinistra  dello schieramento politico, né da parte di un partito che abbia come riferimento il socialismo europeo organizzato nel PSE, né da parte di eredi del filone storico PCI,PDS e DS e neppure frutto della capacità di incontrarsi di questi due filoni: l’ultimo tentativo Sinistra e Libertà delle Europee 2009 è finito male coe sappiamo. Il PD non si scomporrà a meno che le intenzioni di voto che raccoglie non dovessero crollare drasticamente. Al momento è la miglior macchina di consenso disponibile nel centro- sinistra: chi aspiri a cariche elettive o di nomina politica ha la maggiore probabilità di conseguirle stando in quel partito: Milano è un esempio. Il PD ha perso le primarie, ma ha la maggioranza del gruppo consiliare della coalizione del Sindaco.  Se l’obiettivo di un partito non è la realizzazione di un progetto ideale di società o più modestamente di un suo progetto sistematico di riforme programmatiche, ma di gestire il potere empiricamente il PD è una formazione ideale, perché proprio l’assenza di un corpo ideologico strutturato è la sua forza e gli consente alleanze variabili dalla  foto di Vasto al modello Marche: la garanzia di questa centralità sono proprio i sistemi elettorali nazionali, regionali e delle autonomie territoriali.
3) Il PD è anche il riferimento concreto dei partiti socialisti europei per il suo radicamento territoriale, sia pure non paragonabile a quello degli antichi PCI e PSI ( costruire luoghi comuni di discussione e confronto, ma dai quali nascano iniziative comuni di militanti, quadri e dirigenti dei partiti eredi dei filoni storici della sinistra, in primo luogo PD, Psi e SEL ma anche quei settori della FdS impegnati nel progetto di costruzione del Partito del Lavoro, militanti sindacali di CGIL e UIL e senza tessera, che devono essere la maggioranza. Esempi ce ne sono  dal precursore Gruppo di Volpedo nel Nord Ovest d’Italia( uno dei primi sponsor del modello Pisapia) al  Network per il Socialismo Europeo ai comitati referendari per i beni comuni. Da una serie molteplice di iniziative, che nelle forme ricorda  quello che ha preceduto la fondazione del Partito dei Lavoratori a Genova nel 1892, nascerà una possibile risposta per una sinistra con vocazione maggioritaria, purché no si confonda sinistra di governo con sinistra al governo o di sostegno al governo, qualunque cosa sia o faccia. Nel 120° anniversario di Genova “RICOMINCIAMO DA CAPO” e “RIPROVIAMOCI ANCORA”. Due parole d’ordine che ben si sposano con un pensiero Maya ricevuto con gli auguri del Partito Socialista argentino di Cordoba: "Un mundo nuevo no se crea en un solo intento, si no a través de sucesivos ensayos" (Un mondo nuovo non si crea in un solo tentativo bensì attraverso prove successive)

Nuβdorf am Attersee 30/12/2011

CROAZIA E SLOVENIA DOPO LE ELZIONI


Domenica  4 dicembre una nuova tornata elettorale in due stati ex –jugoslavi ne ha modificato il panorama politico e pur con specificità proprie con uno spostamento a sinistra. Chiarissimo è stato in Croazia con la vittoria del socialdemocratico Zoran Milanovic, a capo di un’alleanza con formazioni liberal-democratiche progressiste, denominata “Kukuriku”, dal nome del ristorante dove fu concluso il patto In Slovenia, invece il premier socialdemocratico uscente Borut Pahor e la sua coalizione di centro sinistra sono stati brutalmente sconfitti: il suo partito, i Democratici Sociali (DS) sono scesi al 10,5%, contro il 31% di tre anni fa e i suoi alleati al governo liberal-progressisti LDS(1,5%) e Zares(0,65%) non hanno superato la soglia del 4%. Tuttavia lo spostamento a sinistra è attestato dal fatto che tutti i sondaggi davano per sicuro vincitore con la maggioranza assoluta l’ex premier conservatore Janez Janša con il suo SDS, che invece non è neppure il partito di maggioranza relativa con il suo 26,3%, sorpassato dal PS(Positiva Slovenia) di Zoran Jankovic, il sindaco di Lubiana, con il 28,6%. Si tratta di un exploit notevole per un partito fondato appena 4 mesi fa dal milionario di sinistra. Jankovic ha escluso ogni alleanza con Janša, perché- come ha detto- “Il suo cuore batte a sinistra, anche se il suo portafoglio è a destra”, ma soprattutto perché il suo è un programma di crescita economica e non di tagli di bilancio o al welfare. Proprio su una riforma delle pensioni, al cui confronto quella di Monti è più leggera, Pahor aveva perso un referendum e costretto il Presidente a sciogliere in anticipo il Parlamento.
Jankovic, a differenza di Milanovic a Zagabria, non ha la maggioranza assoluta e dovrà raggiungere almeno  46 voti sui 90 seggi del Državni Zbor (Assemblea statale)  . In partenza sono assicurati i suoi 28 e i 10 dei DS di Pahor, partner possibili sono il centrista Gregor Virant, arrivato quarto con otto deputati e il Partito dei Pensionati DeSUS con 7. In Parlamento hanno superato la soglia il Partito Contadino e i cristiandemocratici NSi. La coalizione di Milanovic, socialdemocratici (SDP, partito popolare(HNS), Democratici istriani (IDS) e Pensionati(HSU) disporrà di di 80 seggi su i 151 del Sabor.  Il Parlamento croato si presenta frammentato con i 71 seggi delle opposizioni suddivisi tra 7 partiti, con l’HDZ, il partito dominante dall’indipendenza con 47 .e altri da 1 a 6, come l’unica formazione di sinistra Partito dei Lavoratori. Sarebbe errato trarre previsioni di carattere generale dai processi elettorali in corso, al massimo sono consentiti auspici. Un inversione di tendenza per i partiti socialisti è appena delineata, ma è evidente che Danimarca e Croazia non compensano la Spagna. Molto più interessante è notare che i partiti che hanno sposato le ricette di austerità e di tagli al welfare sono stati sconfitti, Spagna, Portogallo e Slovenia e Irlanda e lo stesso sarebbe successo se si fossero indette elezioni in Grecia e in Italia. Il nome di un partito significa meno della politica in concreto perseguita i Democratici Sociali di Pahor son stati sconfitti dalla loro scelta di rigore sulla riforma pensionistica. Un tema caldo tanto che sia in Croazia che in Slovenia hanno rafforzato i partiti dei pensionati. L’alleanza socialista liberale, uscita anche dall’Assemblea Congressuale di Fiuggi del PSI ha vinto in Croazia, ma in Slovenia è stata battuta sonoramente. La politica economica fa la differenza e il mantra di liberalizzazioni e privatizzazioni non riscuote molto successo. Per i socialisti, ma per l’intera sinistra, il problema è quello di presentare una alternativa credibile alle ricette della BCE e l’andamento del Congresso della SPD con gli interventi fortemente europeisti di Helmut Schmidt e di Walter Steinmeier lasciano ben sperare in una sinistra che sappia respingere lw tentazioni nazionaliste. Al margine del vertice europeo sarà firmato il trattato di adesione della Croazia: lo firmerà un socialdemocratico: un buon segno

CONTRIBUTO ALL’ASSEMBLEA CONGRESSUALE DEL PSI (Fiuggi 2-4/12/11)

Felice Besostri, DN e portavoce del Gruppo di Volpedo, Network per il Socialismo Europeo

Avendo partecipato alla Convention Progressista di Bruxelles del PSE(24-26/11/2011) ho riportato la sensazione fisica che il momento della ripresa socialista è imminente. Ne sono indicatori i temi discussi, dominati dalla crisi economica e finanziaria che i mercati e i conservatori non sono in grado di risolvere, alle decisioni prese, malgrado il trauma della rinuncia di Poul Rasmussen alla Presidenza del PSE: 1)il PSE ha ora una sua propria Dichiarazione dei Principi, un passo decisivo per la trasformazione in un vero pertito europeo sovranazionale; 2)Si è dato l’avvio alla procedura per la designazione del candidato socialista alla Presidenza della Commissione Europea per la tornata elettorale europea del 2014 Il candidato dovrà avere l’appoggio di almeno 6 organizzazioni del PSE, ma non necessariamente esserne personalmente membro .E’ una proposta che si rivolge all’intera sinistra europea, che dovrà scegliere se partecipare al processo di contrasto all’egemonia conservatrice, risultato delle elezioni europee del 2009, per un’Europa più democratica e sociale, ovvero mettersi in concorrenza con i movimenti antieuropeisti populisti di destra, xenofobi, nazionalisti, regional-identitari. Sia detto per inciso senza un’Europa più democratica e aperta al mondo le speranze delle primavere arabe del Mediterraneo, sono destinate a trasformarsi in un gelido inverno dell’integralismo islamico, sia pure apparentemente più moderato dell’islamismo fondamentalista.La cisi dell’area euro e il commissariamento della politica italiana può provocare reazioni dettate da un rimpianto per la pena sovranità dello Stato nazionale. Ci si dimentica che lo Stato nazionale è ancora più fragile in un mondo globalizzato e che la sovranità nazionale è la risposta adeguata al livello dei problemi. Se non appartenessimo all’area euro saremmo già falliti,  pericolo non evitato non perché c’è l’Europa, ma perché non c’è abbastanza Europa, cioè un’Eurpa con un governo democraticamente legittimato, una BCE con i poteri della FED degli USA e una politica fiscale e economica comune, che intervenga anche sugli squilibri creati dai surplus e deficit delle bilance commerciali.
Il PSI ha le carte da giocare più di altre forze della sinistra, se decide che la sinistra è la sua area di collocazione politica. Non per stare a sinistra, che così è un mero posizionamento nello spazio, che dice dove stai, ma non dove vuoi andare. Quindi per essere di sinistra, che non può essere un sostantivo senza aggettivi, ma nel contesto europeo deve avere molti aggettivi se vuol essere larga e plurale, cioè una sinistra democratica, socialista, libertaria, laica, autonoma, ambientalista ed europeista, aperta al mondo, ma con particolare attenzione al Mediterraneo, all’area pacifico-australe e all’America indio-latina, nuovo laboratorio di socialismo con le esperienze brasiliane, uruguayane, argentine, ecuadoregne, paraguayane e cilene, che portano il segno anche di una tradizione socialista europea  frutto della nostra emigrazione, più del bolivarismo venezuelano, troppo marcato da una tradizione populista e caudillista, per essere in consonanza con i valori socialisti e democratici, che dovrebbero essere i nostri e che non sono negoziabili. Il tonitruante anti-yankeesmo attira simpatie a sinistra (i nemici dei miei nemici sono miei amici), come anche la vicinanza col mito cubano, senza badare agli altri amici dai Presidenti iraniano, bielorusso e siriano o al background culturale antisemita di Chavez. Anche su questo si aprirà la necesità di una scelta. La volontà di ricostituire l’unità della fondazione a Genova del Partito dei Lavoratori italiani, non può essere indifferenza ai valori di fondo. Tutti siamo chiamati a declinarli nel XXI° secolo, quale che sia stato il nostro punto ideale di partenza socialista, comunista, libertario o ambientalista che sia, purché il nesso tra libertà, democrazie e socialismo sia indissolubile: il potere si conquista e si gestisce soltato con metodi democratici e nella libertà  e con un’uguaglianza frutto di una scelta etica e razionale, non di un egalitarismo imposto dall’alto da un’oligarchia più eguale degli altri, come nella Fattoria degli Animali di Orwell.
Tuttavia questa opportunità e vantaggio dei socialisti impone loro una responsabilità particolare, cioè di allargare l’area del consenso a sinistra sulla scelta socialista europea. Non possiamo essere un ridotto di reduci, che vivono nel rimpianto di una grandezza perduta. Il partito di Craxi è finito e non può essere ricostituito ed aggiungo per fortuna. Sono tuttavia convinto che la figura di Craxi in tempi storici potrà essere rivalutato in tutte le sue sfaccettature, se non altro per una questione di statura umana e politica. Ha lasciato al Parlamento un discorso forte sul finanziamento della politica, problema che gli affari di questi giorni dimostrano non risolto e con dimensioni superiori a quelle di Mani Pulite: evidentemente le mani sporche non sono state tagliate, ma sono state messe temporaneamente in tasca per essere tirate fuori alla prima occasione di calo di attenzione derivata dall’esecrazione di Craxi e dei socialisti. Craxi non si è sottratto da una porta secondaria al popolo delle monetine e stupisce che una ministra come la Prestigiacomo si sia lamentata di essere stati trattati come Craxi senza meritarselo: le reazioni dei presunti “socialisti” del PdL non ci sono state, forse perché alla ricerca di altra collocazione, che assicuri loro nuovi vantaggi e forse una verginità da chirurgo plastico. Il PSI può ritrovare la grandezza che ha avuto nella storia d’Italia, se non si limiterà ad essere un apostrofo rosa tra PD e UDC.
Significa non limitarsi al politicismo di sempre come se la politica si risolva in manovre tattiche e posizionamenti verbali. Nel frattempo tutte le forze politiche sono mute a frante dei temi che dovranno essere discusi e forse decisi al prossimo vertice europeo del 8 e 9 dicembre. L’appello ai laici, ai democrati progressisti o l’apertura delle porte ai reduci dalle esperienze berlusconiane non sono i temi prioritari, ma se e in che modo possa salvarsi la zona Euro e l’Italia. Abbiamo dedicato attenzione al Governo Monti, alla sua genesi e alla sua composizione, che lascia perplessità e riserve, ma tra il Male e il Peggio delle elezioni con questa legge elettorale incostituzionale il Presidente Napolitano e noi con lui abbiamo sceltoil male minore, come del resto richiede la nostra tradizione cattolica e gesuita. Il Network ha indirizzato sui problemi dell’Euro una lettera aperta ai segretari di PD PSI e SEL, tutti uniti nel non dare una risposta. Il Gruppo di Volpedo è stato invitato a partecipare a questo Congresso, per iniziativa del compagno Nencini, che è stato graditissimo ospite ed interlocutore nel Secondo Convegno annuale di Volpedo, il paese natale di Pellizza, il cui Quarto Stato è tuttora la più nota iconografia mondiale del movimento operaio e socialista. Quegli sguardi aperti e illuminati dalla speranza sono ancora i nostri. C’è tutto un mondo che aspetta un segnale per ricostituire. un’area maggioritaria di sinistra come nel resto d’Europa rinnovando il progetto che ha visto luce nel 1892 a Genova e di cui l’anno prossimo è il 120° anniversario.

Fiuggi 3 dicembre 2011