Il Blog di Felice Besostri

Il Blog di Felice Besostri

SPAGNA 2011-2012



di Felice Besostri 

Prima di analizzare i risultati delle ultime elezioni municipali ( in tutta Spagna) e autonomiche ( in 13 Comunità su 17) appare opportuno fare alcuni cenni sul sistema elettorale spagnolo. Una sola Ley Organica( categoria di legge sconosciuta al nostro ordinamento, che si colloca tra una legge costituzionale e una legge ordinaria) per il parlamento, i municipi, le province, i Cabildos delle Canarie e le europee. Le elezioni autonomiche sono, invece, regolate dalle singole Comunità in conformità a propri Statuti, alla Costituzione e in conformità ai principi generali della Ley  Organica. C’è una soglia di sbarramento apparentemente bassa del 3% per il Congresso dei Deputati  e del 5% per i Municipi. Per il fatto che le circoscrizioni parlamentari sono piccole, corrispondendo alla province, che sono 50 e che eleggono in media 7 deputati, distribuiti  con il metodo d’Hondt, sono favoriti i partiti maggiori e quelli ragionali, mentre sono sfavoriti i partiti nazionali minori. Nelle circoscrizioni più piccole, che sono la maggioranza, la soglia di esclusione di fatto si avvicina al 10/12%.  Nei Municipi è favorito il partito di maggioranza relativa, a meno che gli altri partiti, non concludano un accordo di coalizione, che raggiunga la maggioranza assoluta.
La stabilità è stata assicurata e una democrazia dell’alternanza, anche se la maggioranza assoluta di un solo partito sarà sempre più difficile: proprio per il peso crescente dei partiti regionalisti, confermato da queste elezioni. La sconfitta del PSOE e la vittoria del PP in bastioni rossi storici, come Barcellona e Siviglia per i socialisti e Cordoba per i comunisti, ha messo in ombra la sconfitta del bipolarismo, che si annuncia. In Spagna si registra lo stesso fenomeno italiano: i bipolarismi imposti con ingegneria elettorale non reggono. La Spagna è ancora più significativa dell’Italia, perché in quel paese il bipolarismo era, almeno, di tipo europeo con un partito socialista democratico appartenente al PSE e un partito conservatore del PPE. In Italia il maggior partito di opposizione, il PD, non appartiene ad alcuna famiglia politica, e il partito di maggioranza, il PdL, è un miscuglio di populismo, leaderismo e confessionalismo, senza paragoni in Europa e la cui appartenenza formale al PPE non ne cambia la natura. Grazie al meccanismo elettorale ( incostituzionale, non bisogna mai stancarsi di ripeterlo) del premio di maggioranza è anche l’unico caso di alleanza stretta con un partito regionalista: in Spagna se la catalana CiU o il basco PNV si alleassero con il PP perderebbero ogni influenza nelle rispettive Comunità Autonome. Il processo sta iniziando per la Lega, che dalla collaborazione governativa ha tratto vantaggi di  pura immagine, come il federalismo parolaio, e di sottogoverno, ma in compenso ha accentuato il centralismo della finanza pubblica , riducendo o abolendo le  imposte municipali (ICI) e regionali(IRAP). Roma “ladrona” è diventata capitale costituzionale d’Italia e con un fiume di denari grazie ad una legge speciale. In Spagna veri partiti regionalisti/federalisti non chiedono il trasferimento di sedi di ministeri nelle loro regioni, ma il trasferimento delle loro competenze.
Nel 2007 il PSOE controllava 24 capoluoghi provinciali e il PP 23, nel 2011 il PP passa a 33 e il PSOE crolla a 10, ma più che raddoppiano, da 3 a 7, i capoluoghi controllati da altre formazioni. Le Comunità autonome guidate dal PSOE erano 7 nel 2007 e saranno 3 nel 2011, perché in due non si è votato il 22 maggio. Il PP, che ne aveva 6, quasi le raddoppia con 10, strappandone 3 al PSOE, Baleari , Aragona e Castilla- La Mancha, e una, la Cantabrica, ad una formazione locale. I regionalisti  controllano ora 4 Comunità, che diventeranno 5 appena si voterà nel Paese Basco. Proiettando i risultati delle amministrative sul Congresso dei Deputati, il PSOE, 169 deputati, ne perderebbe 53, di cui soltanto 10, guadagnati dal PP, che ne ha 154 e che non avrebbe garantita la maggioranza assoluta di 176. La frammentazione, grazie al meccanismo elettorale crescerebbe in modo esponenziale da 10 partiti, di cui 5 con due o un deputato, a 19, di cui 11 con uno o due deputati. La crisi del bipolarismo è evidente, come anche è segnalata da un 4,24% di voti bianchi o nulli, che son aumentati, di più di un quarto, dovunque tranne che nel Paese Basco dove, invece, sono diminuiti. Questo è probabilmente effetto del movimento degli “Indignados”o movimento 15-M, troppo affrettatamente paragonati ai nostri Grillini. Tre nuovi soggetti politici meritano attenzione, due sulla destra e uno a sinistra, rispettivamente UPyD e PxC e Bildu. UpyD è una scissione del PP, ma che a Madrid ha sottratto voti ai socialisti e dei nuovi soggetti l’unico con proiezione nazionale avendo eletto consiglieri municipali in 5 capoluoghi di Provincia da Nord a Sud. Piattaforma per la Catalogna è una formazione xenofoba contigua con Fuerza Nueva. Bildu è la nuova espressione della sinistra abertzale basca, che in un colpo ha conquistato 1.138 consiglieri municipali, conquistando la maggioranza assoluta in 88 Municipi e quella relativa in altri 27, tutti nei Paesi Baschi e Navarra, diventando il primo partito nella capitale San Sebastian. Questo successo è il frutto della rottura politica della sinistra basca con ETA grazie al processo di pace, che è uno dei meriti di Zapatero. Il PSOE è al livello più baso di consenso da quando la Spagna è diventata democratica  ed è di poca consolazione constatare, che nella sconfitta si conta sempre con un 27.79% dei consensi, quando la sinistra italiana non è rappresentata nel Parlamento. Il PSOE ha perso 1.558.000 voti, cioè un -7%, e il PP ne ha guadagnati 558.000, quindi un non entusiasmante +1,9% . Il PSOE ha perso voti a favore del PP in Andalusia e Castilla La Mancha e il PSC a favore di Esquerra Republicana e addirittura del PP in Badalona e di PxC. Lo spostamento di voti a sinistra verso IU è compensato da quello a favore di URyD.
Le ragioni della sconfitta sono di diverso tipo, sia generali, che locali. La perdita della Catalogna nelle elezioni autonomiche del novembre 2010 ha trascinato con sé quella di Barcellona e delle altre città catalane. La vittoria dei nazionalisti di CiU ha demoralizzato quella  consistente parte  dell’elettorato socialista del cinturone industriale di Barcellona, composto da emigrati da altre regioni della Spagna. La Catalogna è stata persa perché il governo di coalizione di sinistra non era stato coeso e si era drammaticamente diviso sulla riforma dello Statuto. Nei Paesi Baschi la presidenza socialista si appoggiava sul voto determinante del PP, un bacio della morte in una fase di ascesa della sinistra abertzale, che prima non partecipava al voto o che votava per i baschi socialisti. Nell Comunità madrilena ha giocato la divisione interna al PSOE con primarie, che per essere sintetici , possiamo definire alla napoletana. In termini assoluti il PSOE ha perso un milione di voti in sole 5 Comunità e la metà in Andalusia e Madrid: la geografia delle aree di crisi con alto tasso di disoccupazione è rispettata. La ricetta per uscire dalla crisi non è facile, anche perché non sono univoche le ragioni della disaffezione. In Germania le perdite della SPD erano facilmente rintracciabili: 2/3 verso l’astensione e 1/3 verso Verdi e Linke. Ricentrare la politica verso sinistra ha consentito in tutte le elezioni nei Land successive alle federali del 2009 di recuperare le perdite. Il PSOE non ha alleati a sinistra con peso elettorale nazional e non può averli se non cambia la legge elettorale con una maggiore dose di proporzionalità a livello delle Comunità  Autonome: la xenofoba PxC avrebbe eletto un deputato, mentre IU fatica ad eleggere con più voti in Castilla La Mancha. IU ha aumentato i voti alle Municipali di un 17&% e del 254% alle autonomiche, raccogliendo una parte minore di elettori PSOE. I socialisti devono affrontare un’alternativa diabolica, se non cambiano la legge elettorale la vittoria del PP è scontata, se la cambiano finisce l’effetto del voto utile a sinistra sul quale, come il PD in Italia, sia pure con minor successo di quest’ultimo, ha costruito la sua fortuna. La risposta può essere solo politica e di politica economica in particolare: gli interessi di partito devono passare in secondo piano, se si vuol riannodare un rapporto con la società, che in Spagna si è rotto per l’austerità imposta dal sistema finanziario internazionale.
Felice Besostri
Direzione Nazionale PSI, Network per il Socialismo Europeo

Quale futuro per i socialisti e la sinistra in Italia?

Questa direzione nazionale del PSI è stata opportunamente convocata dopo il primo turno di elezioni amministrative locali, che hanno assunto un significato nazionale. Gli elettori coinvolti sono in numero di poco superiore ai 13 milioni, 11 le province, ma soprattutto 4 grandi città, Milano, Napoli, Torino e Bologna, geograficamente distribuite, come anche altre 24 città capoluogo di Provincia, di cui 11 con più di 100.000 abitanti. Una sola grande regione era esclusa dalla consultazione, la Sicilia, in cui si voterà alla fine del mese, insieme con i 35 ballottaggi comunali e provinciali significativi. Le somme potranno essere tirate soltanto alla fine in base ai criteri delle città perse o guadagnate e della popolazione complessivamente amministrata.
Tuttavia, a prescindere da quel bilancio, è un fatto che i risultati di Milano hanno occupato la scena per il significato politico e simbolico, che trascende i confini cittadini. Le ragioni son di diverso ordine, la prima è stata la decisione di Berlusconi di attribuire alle municipali di Milano un significato di testo sul suo consenso, nel paese e nella città in cui si celebrano i suoi processi. Il ballottaggio era dato per certo con la presentazione del Terzo Polo e del movimento 5 Stelle, che avrebbero alzato il quorum, ma non il sorpasso e soprattutto la sua entità. Se Pisapia avesse preso in assoluto i voti del Prefetto Ferrante (mi sia consentito di dire che c’è Prefetto e Prefetto, senza toglier nulla alla personalità di Morcone) avrebbe sfiorato l’elezione diretta. Il risultato di Pisapia è stato una smentita delle previsioni fatte anche nel partito, che Pisapia non era il candidato più idoneo a vincere la sfida, come invece ritenuto da altri soggetti dell’area socialista in senso lato, in particolare dei Circoli libertari e socialisti aderenti al Gruppo di Volpedo. Proprio Volpedo era stata scelta da Pisapia, allora soltanto auto-candidato alle primarie, per annunciare una sua candidatura, che collegava espressamente, e per la prima volta a Milano dopo il 1992, un esponente della sinistra, alla tradizione delle Giunte a guida socialista, non solo del periodo prefascista, ma del dopoguerra, a cominciare da Greppi fino a Tognoli passando per Aniasi, l’indimenticabile comandante partigiano Iso. Il riferimento ai valori socialisti non si fermava all’Italia, perché l’altra sua fonte d’ispirazione sarebbero state le amministrazioni socialiste delle grandi città europee, Berlino, Parigi e Barcellona per essere precisi nella sua citazione: profonda convinzione o solo tattica, come denunciato dai suoi detrattori? Comunque un segno epocale ricordando il clima di Milano, quando Nando Dalla Chiesa candidato sindaco “progressista” guidava le manifestazioni di giustizialisti assatanati sotto la sede socialista di Corso Magenta. Pisapia, che conosce bene Milano, non poteva farsi etichettare come un esponente della sinistra estremista e perciò il riferimento alla tradizione socialista l’ha fatto anche nel comizio con Vendola, cioè del leader di un partito, che non è stato in grado di sciogliere il nodo dei suoi rapporti con il PSE. Ritengo che il nuovo clima abbia in qualche modo contribuito all’ottimo risultato del segretario provinciale, compagno Roberto Biscardini, nella lista del PD, benché tale collocazione non fosse una scelta unanimemente condivisa. Con la vittoria di Pisapia al ballottaggio ci sarà finalmente di nuovo un socialista in Consiglio comunale, nella città simbolo delle nostre virtù municipali, che Tangentopoli aveva cancellato. Tutti dobbiamo congratularci per questo risultato, che con un maggior impegno e minore dispersione poteva essere raddoppiato. Bisognerà rapidamente ricostruire sinergie tra il partito e la più vasta area socialista, affinché si possano tradurre in atto i contributi programmatici dei socialisti al programma elettorale di Pisapia.
Queste elezioni possono segnare un punto di non ritorno della crisi del berlusconismo e dei rapporti PdL-Lega, se sapremo interpretarle in tutte le loro contraddittorietà e assegnare un ruolo al nostro partito e all’area socialista, che è ben più vasta, almeno potenzialmente, del nostro bacino elettorale.
Due letture semplificatrici vanno respinte:la prima che mette insieme Pisapia,(Milano), Zedda (Cagliari) e De Magistris (Napoli) per dire che i migliori risultati si hanno con candidati alternativi a quelli del PD e la seconda, che il bipolarismo è ormai definitivamente acquisito e che pertanto il futuro del centro-sinistra è una riaggregazione intorno al PD o addirittura nel PD. Pisapia va al ballottaggio, ma con più di 6 punti di vantaggio. Zedda (44,7%) e Fantola (45,1%) sono testa a testa, De Magistris è 12 punti sotto a Lettieri. I primi sono candidati di primarie di coalizione, anzi Pisapia ha aggregato altre liste, il terzo è invece il frutto del fallimento di primarie del PD e si pone tuttora, anche in vista del ballottaggio, come fattore di divisione. Pisapia e Zedda sono espressione di un’alleanza coesa di forze, cui hanno aggiunto un plus del loro consenso personale. De Magistris ha, invece, surclassato persino le liste che lo sostengono e diviso SEL.
L’unico dato comune è che nelle loro città il successo dei “Grillini” è sotto la media: le liste 5 Stelle hanno il massimo di successo dove il candidato, non solo è del PD, ma è anche percepito come un apparatniki espressione della sua nomenklatura(Bologna e Ravenna 9/10%, Rimini 11,11, all’eclatante 14,55% di Cesenatico), costringendo il Centro-sinistra, tranne che a Bologna, a problematici inusuali ballottaggi.
Il Terzo Polo è andato male, a prescindere che non si quasi mai presentato sotto tale nuova veste, ma come sommatoria di sigle e in varie occasioni addirittura in coalizioni concorrenti. Questo deludente risultato ha sicuramente un merito, per quanto ci riguarda, di non costituire più un’attrazione centrista per socialisti, che non credono nella sopravvivenza del partito e, perciò nella sua idoneità a essere il veicolo per le loro attese elettorali o, più volgarmente, di carriera nelle istituzioni. Dalla sua il PD ha la forza dei numeri: Enrico Letta a Porta a Porta ha ricordato, che sono del PD i 2/3 dei voti del Centro-sinistra e Anna Finocchiaro a Ballarò che 27 (per Bersani 28) candidati in ballottaggio su 35 sono del suo partito. Non contesto i dati quantitativi, ma se vogliamo esaminare i trend, hanno importanza anche dati qualitativi. Trovare un’intesa su un programma amministrativo non sempre è facile (a Napoli, per esempio, il ballottaggio sarà deciso dal partito trasversale per l’inceneritore, cui De Magistris si oppone), ma non impossibile. Diversa è la situazione per un’alleanza/confluenza in vista di elezioni politiche anticipate, come probabile se Pisapia vince a Milano e Lettieri non vincesse a Napoli, o a scadenza naturale. La natura composita del PD e il suo orizzonte nazional-provinciale (non fa parte di nessuna formazione politica europea e neppure di un unico gruppo del Parlamento Europeo) non lo caratterizzano su grandi scelte come la politica economica e non è univoco, cioè è equivoco, in argomenti come il testamento biologico, la laicità delle istituzioni, i rapporti con il Vaticano e la gerarchia cattolica, la legge elettorale o le riforme istituzionali.
Il PD è il soggetto più forte, ma di un’opposizione debole, cioè che agli occhi degli italiani non è ancora un’alternativa credibile allo sgretolamento del sistema di potere berlusconiano. Per responsabilità del PD la sinistra, e in essa i socialisti, è stata, caso unico in Europa, esclusa dal Parlamento nazionale e da quello europeo. L’IdV, che perdeva regolarmente consensi da un’elezione all’altra, è stata salvata e rafforzata dall’apparentamento, il solo concesso, con il PD, che, invece, scientemente l’ha negato a una formazione di sinistra riformatrice d’ispirazione socialista. Non si fa una storia con i se, ma con il ricatto del voto utile si è spinto nel 2008 settori di elettorato di sinistra a votare PD o di astenersi o di disperdersi in liste, che non hanno raggiunto il quorum. Si è regalata una maggioranza molto più ampia all’alleanza PdL-Lega alla Camera e al Senato, in quest’ultima Camera ripetendo gli errori del 2001 (errori politici e di ignoranza costituzionale che nessuno dei responsabili ha mai pagato). Una scelta diversa avrebbe portato ad una coalizione PD, IdV, Sinistra riformatrice un maggiore consenso, con un effetto di trascinamento sulle elezione europee dell’anno successivo. Il sistema bipolare, che secondo il nostro segretario Riccardo Nencini, esce rafforzato da questa tornata amministrativa, esiste soltanto grazie ai premi di maggioranza incostituzionali (l’ha rilevato in ben due sentenze del 2008 la stessa Corte Costituzionale) per l’elezione della Camera dei Deputati e dalla combinazione di elezione diretta e premio di maggioranza per gli enti locali e per le regioni, per quest’ultime aggravato dall’assenza di ballottaggio. Questo bipolarismo artificiale costringe ad alleanze non trasparenti, cementate da squallidi accordi su liste bloccate. I parlamentari, la cui elezione non dipende dal consenso degli elettori, possono passare con maggior disinvoltura da uno schieramento all’atro: cioè ricercare il nuovo padrino, che garantisca un posto utile nella lista bloccata. Meccanismi di stabilità son stati pagati in termine di degrado delle assemblee elettive, che non sono più luoghi di selezione della classe politica. Senza un bipolarismo artificiale la Lega Nord si sarebbe smarcata da qualche tempo da un’alleanza col PdL. Senza premio di maggioranza e liste bloccate i dissensi nel PdL, ispirati da Fini, sarebbero stati più consistenti e non si sarebbero trovati così tanti “responsabili” e “volonterosi” a puntellare il governo. I successi dei “Grillini” e di movimenti regionali son un segno del rifiuto del bipolarismo forzato, come l’espansione della Lega a sud del Po. Altro indicatore è l’aumento delle astensioni o il tentativo di creare una forza a sinistra del PD, come SEL o la Federazione della Sinistra o l’eterna tentazione di un blocco laico, liberal-libertario, social-riformista. Tutte risposte parziali e deludenti al problema, che in Italia non c’è un partito di sinistra in grado di proporsi alla guida del paese con suoi leader e programmi. Nel 1972 PCI e PSI avevano il 36,76%, che sale al 44,01% nel 1976. La sinistra, pur escludendo DP e incorporando i Verdi, è sopra il 40% nel 1983 e 1987 e sfiora il 50% nelle Europee del 1989. Nelle elezioni successive a cominciare da quelle del 1992 la sinistra, grazie alla quasi scomparsa del PSI, è sempre sotto il 30%, pur facendo una somma politicamente impossibile tra PDS e Rifondazione, partito quest’ultimo, che comunque non supererà mai il 9%. Nel 2001 DS, Rifondazione e PdCI non raggiungono il 25% nella parte proporzionale. La debolezza socialista (1%) nel 2008 è un segno della debolezza della sinistra. Se questo è il problema del nostro sistema politico, non ha senso rafforzare il bipolarismo di coalizioni necessitate dalla legge elettorale, perché mancano di appeal e di coerenza programmatica. Diverso sarebbe un bipolarismo di tipo tedesco con CDU-CSU/FDP da un lato e SPD/Verdi dall’altro, che se fosse estensibile alla Linke sarebbe addirittura maggioritario. La legge elettorale vigente consente di mascherare scelte politiche come stati di necessità: se ci si vuol alleare con UDC e Fli si dica perché e si enunci chiaramente il programma. Una tale alleanza non può essere fatta che in funzione anti-Berlusconi e con obiettivi limitati di riforma della legge elettorale e costituzionale. Ritengo che i problemi dell’Italia e degli italiani siano altri: l’uscita dalla crisi, con una diminuzione delle diseguaglianze sociali, di reddito e territoriali l’estensione dei diritti civili, di libertà e di partecipazione, investimenti nell’istruzione, formazione, ricerca e innovazione e un modello di sviluppo eco-compatibile e una politica di sicurezza, cooperazione e pace, che affronti a livello continentale le cause strutturali del sottosviluppo e delle migrazioni di massa e il controllo dei mercati finanziari. Il PSI come espressione dei socialisti organizzati in Partito, ma con l’ambizione di rappresentare qualcosa di più dei socialisti anagrafici, deve decidere cosa vuol fare, cioè giocare a tutto campo nella scomposizione e ricomposizione della sinistra italiana in un’ottica e con respiro europeo e internazionale ovvero fare da agenzia di collocamento per un gruppo dirigente in liquidazione. Il nostro segretario ha evocato un’Epinay italiana. L’immagine mi piace per la sua grande forza evocativa e simbolica e poiché è una persona seria intelligente, non avrà voluto attribuire a Bersani il ruolo, che già fu di Mitterrand in Francia: non ne ha lo spessore “fiorentino”, caratterizzato come è da una bonomia tutta emiliana. Un’Epinay italiana, se vuol essere una cosa minimamente seria, non può essere un processo di qualche mese tra gruppi dirigenti e una bella riunione con bandiere (rosse, rosa, arancioni, biancogialle o tricolori?) per una o più reti televisive, ma coinvolgere tutta la sinistra senza esclusioni a priori e perciò anche SEL e settori della Federazione della Sinistra, nonché circoli, associazioni o altre forme aggregative tematiche e/o territoriali e i loro coordinamenti associazioni e prevedere in tutti i soggetti interessati un passaggio congressuale, inevitabile per ragioni politiche e vincoli statutari.
Felice Besostri
intervento preparato per la DN del PSI Roma 18 maggio 2010

Socialdemocratici e Verdi con il vento in poppa in Germania


La leadership internazionale della Merkel e lo stato buono dell’economia, con le migliori performance europee non hanno evitato l’ennesima pesante sconfitta della coalizione CDU/FDP nelle elezioni della Città Stato di Brema del 22 maggio 2011: una sconfitta ancor più cocente per i liberali FDP, che con il 2,6% non entrano nemmeno nell’assemblea legislativa del Land. Le proiezioni elettorali in Germania sono di norma attendibili e su di esse fondiamo la nostra analisi: per i risultati definitivi ufficiali bisognerà aspettare il 3 giugno prossimo per le comunali di Brema e Bremerhaven e il 6 giugno per la Bürgerschaft del Land, a causa di un nuovo sistema di votazione. Ciascun elettore ha a disposizione 5 voti per liste e candidati, anche appartenenti a liste diverse. La SPD si conferma il primo partito con il 38,3% (+1,6% rispetto alle precedenti elezioni), in chiara ripresa rispetto alle Europee (29,3%) e Federali (30,2%) del 2009, anche se resta lontana dal 42% del 2003 e 1999, per non parlare degli anni d’oro tra il 1969 e il 1980, quando superava il 50% anche alle elezioni federali. I Verdi confermano la loro ascesa passando dal 16,5% del 2007 al 22,7% e diventando il secondo partito al posto della CDU: il loro miglior risultato dopo il 22,1% delle Europee del 2009. I liberali, che soltanto alle federali del dicembre 2009 avevano il 10,4% e l’8,9% alle europee, stanno drammaticamente sotto soglia. Il destino della CDU con il 20,1% segna il declino di un partito che alle precedenti elezioni aveva il 25,6%. La Linke rientra nell’assemblea con il 5,8%, cioè con una percentuale molto più bassa del 8,4%, con cui era entrata per la prima volta nel 2007, per non parlare del 14,3% delle federali del 2009. Si conferma che le fortune maggiori della Linke sono legate alle perdite della SPD. L’inversione di tendenza della SPD ha arrestato la dinamica della Linke, che perde voti soprattutto a favore dei Verdi. Nella passata legislatura Brema è stata caratterizzata da crisi interne ai gruppi, con passaggi di schieramento, molto poco usuali in Germania: la SPD aveva guadagnato tre parlamentari nella Bürgerschaft da CDU, Verdi e Linke e ne aveva perso uno a favore dei Verdi. Nel Bundesrat il Governo è ormai in minoranza irreversibile e queste elezioni confermano che nel paese le opposizioni sono maggioranza numerica, ma non politica per le relazioni tra SPD e Linke e con i Verdi. Le elezioni di Berlino e quelle del Meclemburgo-Pomerania in settembre, se confermassero le tendenze, potrebbero incidere sulla stabilità del Governo federale.

MILANO-OLBIA SOLO ANDATA PER BERLUSCONI


La sconfitta al primo turno del candidato di Berlusconi alle comunali di Olbia è un segnale altrettanto importante del 48,6% di Pisapia a Milano. C'è il ballottaggio da fare ma in condizioni di partita aperta, anzi apertissima per il centro-sinistra. Tuttavia sarebbe ingeneroso e politicamente sbagliato imputare al minore sex-appeal del Cavaliere le due sonanti sconfitte: il merito principale è della candidatura di Pisapia.
Una candidatura capace, dopo primarie vere, di riunire tutto il suo campo potenziale e non come De Magistris a Napoli di sperare un'unità anti-berlusconiana al secondo turno. Pisapia, l'ha ricordato nel comizio con Vendola, ha annunciato la sua candidatura l'11 settembre 2010 a Volpedo nel convegno internazionale del Gruppo di Volpedo, una rete di associazioni socialiste e libertarie del Nord Ovest con un espresso richiamo alle giunte a guida socialista di Milano e alle grandi città europee con Sindaco socialista. Suo grande sponsor è stato Piero Bassetti protagonista a Milano e in Lombardia delle migliori espressioni del centro-sinistra, basato sul rapporto PSI-DC. Ad un candidato così non si poteva appiccicare l'etichetta di estremista di sinistra: un'accusa talmente ridicola, che quando la Moratti ha cercato di accreditarla con un falso, si è rivelata un boomerang. Un'altra differenza con De Magistris è la capacità di Pisapia di attirare subito voti dal centro: a Milano il Terzo Polo è la metà di Napoli. C'è un solo tratto comune, tra Pisapia e De Magistris quello di ridurre i consensi dei grillini del Movimento 5 Stelle: a Milano e Napoli sono sotto ai risultati di Torino e soprattutto di Bologna. I candidati PD, tanto più quando appaiono vecchia politica e nomenklatura scatenano le pulsioni populiste e demagogiche dei grillini. La controprova si è avuta anche a Cagliari con la candidatura di Zedda, altro vincitore di primarie e attribuibile a SEL, a differenza di Pisapia. Pisapia si deve concentrare su Milano, ma indubbiamente c'è un modello Pisapia, che può insegnare qualcosa alla sinistra nel resto d' Italia. Chi fosse alla ricerca di un'Epinay italiana non ha bisogno di andare in Francia.
Milano, 17 maggio 2011
FELICE BESOSTRI, portavoce del Gruppo di Volpedo, Network per il Socialismo Europeo

Elezioni tedesche - pentapartito imperfetto - mondoperaio

La Chiarezza Politica e il Paravento lettorale _ il Riformista